Il metodismo a Milano

Gli inizi del metodismo a Milano si inseriscono in un periodo molto intenso, dal punto di vista sociale e politico, con l’arrivo nel 1862 di un intraprendente missionario inglese, Henry Piggott.

La città contava allora circa 200 mila abitanti: quindi un centro medio-piccolo. Eppure già allora essa era il cuore pulsante di una giovane nazione, che si andava formando pezzo a pezzo: una città operosa, con una economia in forte sviluppo – politicamente  e culturalmente all’avanguardia.

Esistevano già in città alcune presenze protestanti: la chiesa franco-germanica, i  valdesi e i battisti. Ma il fenomeno di gran lunga più interessante e dinamico era costituito dalla Chiesa libera, di matrice garibaldina, con una forte impronta risorgimentale, che vagheggiava una profonda rigenerazione culturale e civile, anche attraverso una rinascita religiosa degli italiani che lasciasse alle spalle la tradizione cattolica e si aprisse  all’esperienza di un cristianesimo genuinamente evangelico, quale era stato quello della chiesa originaria. Così la predicazione, specie nei primi tempi, si accompagnava a un forte anticlericalismo.

Il metodismo italiano, sia nella sua ala wesleyana inglese con Piggot, che in quella episcopale con Leroy Monroe Vernon, giunto in Italia dagli Stati Uniti nel 1871, entrò in stretta sintonia con la Chiesa libera per evidenti affinità, sia ideali che di prassi. E quando, nel 1905, la Chiesa libera giungerà al collasso a causa di una disastrosa situazione economica e di contrasti interni, i suoi membri confluiranno nei due rami del metodismo.

Le vicende del metodismo milanese del primo periodo si intrecciano con quelle dell’evangelismo tutto, compresi quindi battisti, valdesi, liberi e fratelli – questi ultimi usciti dal seno della Chiesa libera.

I primi missionari giunti da fuori furono ben presto affiancati da elementi autoctoni, che diedero un’impronta decisamente italiana alle missioni. I rapporti tra le varie denominazioni in generale erano buoni: fu così possibile avviare molte iniziative comuni, tra cui la costituzione di una Alleanza evangelica.

La diffusione della Bibbia fu uno degli aspetti caratteristici della propaganda protestante, non solo ad opera delle chiese, ma anche sull’umile ma essenziale impegno dei colportori, venditori ambulanti che giravano di mercato in mercato e di casa in  casa, venendo anche spesso minacciati e aggrediti.

Altro aspetto saliente era l’apertura incessante di sempre nuove sedi, quasi mai chiese vere e proprie, ma modesti locali presi in affitto nelle diverse zone della città e che il più delle volte, per mancanza di denaro e di predicatori, venivano poi abbandonati. Da Milano presero anche le mosse iniziative di espansione in numerosi altri centri della Lombardia.

Questo eccezionale impegno di testimonianza ebbe esisti diversi: vi erano crescite improvvise con rigogliose comunità ed altrettanto rapide decadenze, spesso fino alla scomparsa. Uno dei motivi principali era sicuramente l’intolleranza diffusa, sobillata dal clericalismo, per cui accadeva che chi si avvicinava al protestantesimo rischiava di essere sfrattato da casa e di perdere il posto di lavoro, riducendosi alla fame e talora mettendo a repentaglio perfino la vita. Inoltre vi erano frequenti traslochi per ragioni di lavoro. Così l’esistenza delle comunità procedeva tra alti e bassi.

Accanto ai locali di culto, molto spesso prima di essi, venivano aperte delle scuole, perché era viva la consapevolezza che l’alfabetizzazione, e in generale la cultura, erano mezzi essenziali di crescita morale e sociale per l’individuo. Oltre a scuole per ragazzi e adulti furono istituiti veri e propri collegi.

Rilevante fu anche l’impegno nel sociale: venne data vita a un ospedale evangelico, a società di mutuo soccorso e a uffici di collocamento.

Gli anni fino al 1884 costituiscono un periodo di consolidamento per il metodismo milanese, mentre il decennio successivo vede uno sviluppo generalizzato, grazie anche all’arrivo della missione americana.

Si giunge così alla Prima guerra mondiale (1914-1918), che cambierà radicalmente la vita degli individui e della società ed avrà notevoli conseguenze anche a livello dell’evangelismo, sia internazionale che italiano.

Durante il regime mussoliniano la chiesa metodista milanese dialogò con la cultura antifascista, attraverso personaggi di rilievo, come Lelio Basso.

L’attuale sede della chiesa venne inaugurata nel 1973, con l’integrazione delle due comunità provenienti dai luoghi di culto storici di via Correnti e corso Garibaldi.

Oggi la comunità milanese si è arricchita grazie al consistente apporto di metodisti provenienti da ogni parte del mondo, che hanno consentito la realizzazione di una realtà unitaria molto vitale.

Oltre che  nel campo dell’assistenza sociale, la chiesa è presente in  quello culturale, con iniziative proprie e anche attraverso il Centro Culturale Protestante.

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